
Quando il vino si reinventa: la storia di The Spiritual Machine
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È il periodo dell’anno in cui Torino profuma di Vermouth.
Le strade si riempiono di degustazioni, incontri, racconti; il Salone del Vermouth anima la città e ricorda a tutti quanto questo prodotto sia parte viva della sua identità.
È un periodo in cui la città sembra ricordare a tutti che questo prodotto non è solo un simbolo, ma un linguaggio culturale.
In questo scenario vibrante si muove una realtà che sta conquistando cantine, chef e brand da tutta Italia: The Spiritual Machine, una startup torinese che ha deciso di dare al vino una nuova possibilità di esprimersi attraverso gli spirits.
Un’idea nata anche per ampliare il racconto del vino
La startup nasce con un’intuizione semplice e coraggiosa dei fondatori Matteo Fornaca, Elisa Cravero e Matteo Dispenza: lo sviluppo di kit, per bartender principalmente, contenenti tinture e distillati, coi quali era possibile creare la propria bevanda alcolica. Successivamente l’idea si è allargata a chiunque — cantine, ristoranti, imprenditori, creativi — permettendo di riprodurre il proprio spirit personalizzato.
Non un prodotto standard, ma una ricetta costruita su misura, capace di riflettere un territorio, una storia, un’identità.
All’inizio il gin è stato il terreno di gioco ideale, grazie alla sua natura versatile, oggi però è il vermouth a rappresentare la sfida più interessante.
Da un lato perché Torino è la sua patria naturale; dall’altro perché questo prodotto intercetta due esigenze molto attuali:
- offrire alternative più leggere alle nuove generazioni
- aiutare le cantine a diversificare la propria proposta.
E, in un momento così complesso per il vino, il vermouth diventa così un ponte tra tradizione e futuro.
Il valore delle cantine
Secondo The Spiritual Machine, ogni cantina custodisce un patrimonio prezioso: vini sfusi, varietà meno note, partite non imbottigliate.
Tutto questo può trasformarsi in un vermouth capace di raccontare un territorio in modo nuovo.
L’idea non è sostituire il vino, ma affiancarlo con prodotti che ne amplificano la voce.
E i vantaggi sono concreti:
- si estende la vita commerciale del vino
- si raggiungono pubblici diversi
- si sperimenta senza snaturare la propria identità
Un modo intelligente di affrontare un mercato che cambia.
Un modello che accompagna il cliente dall’idea alla bottiglia
Creare uno spirit richiede competenze tecniche, licenze, ricerca sulle botaniche, grafica, packaging, logistica.
Per questo The Spiritual Machine ha scelto un approccio tout court: seguono ogni fase del progetto, dalla ricetta al design, fino alla produzione e alla strategia di mercato.
Più che una distilleria, sono un ecosistema che presenta un laboratorio interno, la ricerca e sviluppo, le distillerie partner e i fornitori selezionati.
Collaborazioni che attraversano l’Italia
Oggi The Spiritual Machine lavora con cantine di 17 regioni italiane, chef e ristoranti che vogliono un “signature spirit”, hotel e locali che desiderano un prodotto brandizzato e giovani imprenditori che vogliono lanciare un proprio marchio
Nel 2025 hanno prodotto circa 50.000 bottiglie per 50 clienti.
L’obiettivo dei prossimi anni è ancora più ambizioso: arrivare a 1 milione di bottiglie e 500 clienti, mantenendo però la stessa cura artigianale.
Un luogo dove il vino trova nuove parole
Visitando la sede di The Spiritual Machine si respira un senso di artigianalità contemporanea, di gioco serio, di ricerca continua.
La startup ha scelto un modello di crowdfunding “umanistico”, che non punta solo a raccogliere capitali ma a costruire una comunità. È così che sono nati i loro “Botanici”: investitori‑mentori che mettono in circolo competenze, relazioni e visioni, contribuendo alla crescita dell’azienda tanto quanto il sostegno economico. Una rete viva, che alimenta idee e apre strade.
The Spiritual Machine non produce, quindi, semplicemente spirits.
Crea identità liquide partendo da una idea, e sviluppandone l’identità.


